14 febbraio 2000

rivisto, 11 maggio 2000

vers. breve pubblicata su Il sole-24 ore del 13 maggio 2000, p.17)

 

La follia dei nuovi concorsi

Il reclutamento dei docenti universitari è un aspetto cruciale nella vita intellettuale di un paese. In passato, i concorsi erano basati sul principio di una lista nazionale, con tanti vincitori (professori associati oppure ordinari) quanti fossero i posti che il Ministero riteneva opportuno coprire nel complesso di tutte le Università (e di tutte le discipline accademiche). Era un meccanismo centralizzato, incompatibile con il principio dell'autonomia e del decentramento delle Università. Si prestava invece ad ogni sorta di coalizione tra "cordate" accademiche. In questo modo, diversi candidati "fuori cordata" sono stati penalizzati, e si è spesso - non sempre - imposta una distorsione dell'intera vita accademica, riducendo gli incentivi per docenti e ricercatori ad adottare o a confrontarsi con i metodi e i contenuti di ricerca e di insegnamento più innovativi ed internazionalmente riconosciuti.

La legge che ha riformato il meccanismo dei concorsi (Legge 3 luglio 1998, n. 210, vedi: http://www.murst.it/iniziati/as255approv.htm#art1 ) istituisce concorsi decentrati: ma in effetti introduce un meccanismo che in molti casi produce risultati ancora peggiori del vecchio. In teoria, decentramento potrebbe voler dire che ogni singola Università si prende le sue responsabilità di scelta, nel rispetto di norme e criteri generali. Ma così non è. La nuova legge di fatto introduce un sistema perverso di contrattazione multi-centrica, che ha diversi effetti negativi. Per comprenderli, conviene prima ricordare come funziona il nuovo meccanismo.

Con la nuova legge, la procedura per la copertura di nuovi posti ha luogo presso le singole Università. La "valutazione comparativa" dei candidati è affidata ad una commissione, composta da un membro interno e da quattro esterni. L'art. 2 (Procedure per la nomina in ruolo) aggiunge che le commissioni di valutazione devono formulare "la proposta di non più di due idonei per ogni posto bandito nel caso di procedure relative a professori associati od ordinari". Questa norma è transitoriamente modificata dall'art. 5: "... entro il primo biennio ... , le commissioni possono proporre fino a tre idonei".

Domando: A che serve avere 2 oppure anche 3 idonei per un solo posto? La risposta è facile: a consentire alle Facoltà di scegliere, tra gli idonei, i candidati con il profilo che meglio corrisponde alle esigenze didattiche e di ricerca. Se così fosse, non vi sarebbe nulla da obiettare. Ma questo non è tutto. Il punto dolente arriva alla lettera g dell'art.2: qualunque università può "nominare in ruolo per chiamata i candidati risultati idonei a seguito di valutazioni comparative svoltesi in altre sedi universitarie per lo stesso settore scientifico-disciplinare ... . Gli idonei nelle procedure di valutazione comparativa relative a professori associati e ordinari, ... hanno titolo alla nomina in ruolo da parte delle università entro il termine di tre anni". Che significa? Ecco che la benintenzionata commissione, costituita presso l'Università X per suggerire due (o tre) candidati idonei a ricoprire il posto localmente a concorso, ha in realtà il potere aggiuntivo di fornire candidati idonei in qualunque altro ateneo! Dunque anziché una lista unica di vincitori nazionali, ci sono ora tante liste (quante sono, per ciascuna disciplina, le commissioni decentrate), tutte aventi validità nazionale: un po’ come se i cittadini di Bologna potessero votare per scegliere i consiglieri comunali di Milano. Alla faccia del decentramento!

I danni causati dal nuovo sistema sono almeno quattro:

1. Meno trasparenza, più spreco di risorse. Nel vecchio sistema c'era un listone nazionale: nel nuovo, per sapere cosa succede bisogna star dietro ad una pluralità di "listini" nazionali. Già qui siamo lontani anni luce dall'Europa e dal resto del mondo. Il controllo della comunità scientifica sull’operato delle singole commissioni è inevitabilmente diluito. Al contrario, i giovani aspiranti professori perdono tempo prima a scegliere dove presentarsi per l’idoneità (possono farlo in cinque posti diversi, contemporaneamente), a interrogarsi se ci sia ancora un posto "libero" (nel gergo si dice: non blindato) nella terna di possibili vincitori a Milano piuttosto che a Messina, a Rimini piuttosto che a Riccione; poi perdono tempo nel sottostare due, tre, quattro, cinque volte alle stesse procedure di concorso. Così si incoraggiano la ricerca e l'insegnamento?

2. La promozione degli inetti. Un esempio (come al cinema, ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale): il professor Pinco è un meritatamente oscuro ordinario di provincia. Con un problema: vorrebbe portare in cattedra Pallino, un suo meritatamente oscuro pupillo. Impresa quasi impossibile nel vecchio sistema. Il nuovo sistema lo proietta invece, se saprà muoversi bene, al centro dell'arena. Telefona al vecchio compagno di studi universitari, cattedratico nella grande metropoli: "So che voi bandite un concorso, e volete chiamare Caio, il candidato interno. Io sarei disponibile a entrare in commissione: ti assicuro che voterò per Caio. Ma, già che ci siamo, non sarebbe possibile inserire tra gli idonei anche il mio Pallino?". Il vecchio cattedratico sorride: Pallino in cattedra fa proprio ridere! Ma a lui non costa nulla ternarlo. Ed avere alleati in commissione non guasta mai … Poiché un secondo posto non si nega a nessuno, ecco Caio e Pallino ambedue idonei. Caio chiamato nella prestigiosa sede metropolitana, e l'oscuro Pallino - che non sarebbe mai emerso in una competizione aperta - in quanto "ternato" potrà essere chiamato per trasferimento nella sede di provincia. Sia nella metropoli che in provincia, gli eredi sono salvi.

3. Non chiamate il vincitore! In un altro concorso di provincia, il migliore candidato è Zirconio, un brillante giovane associato, con più pubblicazioni internazionali di ciascuno dei membri della commissione che lo giudica. Zirconio, tuttavia, vuole andare in cattedra nell’Università della grande metropoli. Si presenta a questo concorso solo per l'idoneità, vuole essere ternato ma non certo chiamato in quella università di provincia, dove nessuno fa ricerca e gli studenti non leggono i testi scientifici scritti in inglese. Naturalmente la soluzione migliore sarebbe che l’Università della grande metropoli bandisse un concorso. Ma così con è stato (di più su questo al punto 4), e tutto finisce sulle spalle dei benintenzionati commissari del concorso di provincia. Che faranno? Se saranno meritocratici fino in fondo, giudicheranno Zirconio il primo fra gli idonei. E che farà ora l’Università di provincia? Chiamerà Zirconio a ricoprire il posto, facendo contemporaneamente un dispetto a lui (che vuole solo essere ternato) ed al più debole, ma pur sempre rispettabile candidato locale?

4. Distorsione della concorrenza. Ma perchè l’Università della grande metropoli, che vorrebbe offrire una cattedra al brillante Zirconio, non indice un concorso per coprire direttamente tale posto? Discutendo un caso simile, due professori universitari, Pietro Ichino e Francesco Giavazzi, propongono una risposta maliziosa ma realistica: "se essa avviasse una procedura di selezione diretta, numerosi candidati, non solo italiani, vi parteciperebbero": scegliere Zirconio sarebbe in questo caso assai più difficile e comunque più incerto. Molto più sicuro chiamarlo senza concorso, dopo che l’Università di provincia lo ha dichiarato idoneo in una procedura di selezione assai meno affollata. Su questo punto, Ichino e Giavazzi hanno presentato lo scorso aprile un reclamo alla commissione europea, contro le violazioni della disciplina della concorrenza.

Come si risolve il problema? Gli esempi proposti sono sufficienti a ragionare sui difetti del nuovo sistema e sui possibili rimedi. Di fronte alla necessità di riformare il vecchio sistema dei concorsi, c'erano due possibilità (ambedue con un certo pedigree internazionale): (i) introdurre una lista nazionale degli idonei (dalla quale le singole Università potessero poi scegliere i candidati per loro desiderabili) oppure (ii) optare per il decentramento dei concorsi, entro un quadro certo di riferimento. La soluzione prescelta, di fatto, è un ibrido: decentramento più tanti listini di idonei con validità nazionale. Per i motivi che ho sopra esposto è un ibrido pericoloso e inefficiente. La soluzione è tuttavia molto semplice: abolire o modificare la lettera g dell'art.2, ossia la possibilità di "nominare in ruolo per chiamata i candidati risultati idonei a seguito di valutazioni comparative svoltesi in altre sedi universitarie per lo stesso settore scientifico-disciplinare". Le commissioni avranno ancora il potere di nominare terne (o coppie) di idonei, ma quest'idoneità non sarà più spendibile in altre sedi. Perché il legislatore non ci ha voluto pensare prima? E c'è qualcuno - fra i professori che siedono in Parlamento o al Governo, o che attorniano il Ministro - che si vuol far carico di proporre oggi questa semplice modifica alla legge sui concorsi?

Riccardo Rovelli, Università di Bologna