Tutti insieme,
contro il Patto di stabilità?
Riccardo Rovelli, 24 novembre 2002
Il tiro al bersaglio del Patto di
stabilità è uno sport popolare. Fra i primi, ha incominciato l’Economist (23 agosto 2001): “Scrap the Stability Pact: …Poiché il patto di stabilità non ha alcun ruolo positivo,
e rischia di dar luogo a gravi inconvenienti, la miglior cosa sarebbe
liberarcene del tutto”. Fra gli ultimi, c’è il
Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che ha definito “stupide,
comme toutes les décisions qui sont rigides" le regole del Patto (Le
monde, 18 ottobre 2002).
A cosa serve il
Patto?
Non ho nulla in
contrario, in principio, ad una riforma del Patto di stabilità. Ma prima di
discutere se e come riformarlo,
proviamo a valutarne le ragioni. Benché il Patto riprenda, per qualche
aspetto, i criteri di Maastricht (sul cui rispetto si basa tuttora l’esame di
ammissione per i paesi che vogliono adottare l’euro), il suo scopo è ben più
ampio, e vi convergono tre distinte motivazioni.
La
prima motivazione : impedire l’esplosione del debito
Il primo
obiettivo del Patto è di evitare che, in qualcuno degli Stati membri, il debito
pubblico assuma un andamento insostenibile. L’eccessivo accumulo di debito
avrebbe delle ripercussioni negative (esternalità, nel gergo degli
economisti) anche per gli altri paesi e forse per la stabilità della moneta
comune. Questo obiettivo era già presente nei criteri di Maastricht: da questo
punto di vista, perciò, niente di nuovo.
La
seconda motivazione : un uso anticiclico della politica fiscale
Un secondo
obiettivo è consentire l’uso anticiclico (ossia, a fini di stabilizzazione
macroeconomica) delle politiche fiscali, all’interno dei vincoli posti dal
Trattato di Maastricht per evitare l’eccessivo accumulo di debito (la prima
motivazione). Come ha chiarito il Consiglio europeo di
Amsterdam (17 giugno 1997, nota 1): “Il perseguimento dell'obiettivo concernente
l'equilibrio del bilancio, con un saldo prossimo al pareggio o positivo,
consentirà agli Stati membri di far fronte alle normali fluttuazioni cicliche,
mantenendo il disavanzo pubblico entro il valore di riferimento del 3 % del
PIL”.
La
terza motivazione : sostegno alla crescita ed alla politica monetaria
Ma c’è
anche una terza motivazione, che spesso nei dibattiti scompare, confondendosi
dietro la seconda. Il Patto la presenta in modo un po’ generico: “L'equilibrio
delle finanze pubbliche quale strumento per rafforzare le condizioni favorevoli
alla stabilità dei prezzi e ad una crescita vigorosa e sostenibile che promuova
la creazione di posti di lavoro. È altresì necessario garantire che le
politiche di bilancio nazionali sostengano politiche monetarie orientate alla
stabilità”.
A prima
vista, sembra un’affermazione con scarsa rilevanza operativa. Ma non è così, lo
scopo è in realtà molto preciso, e lo si vede all’opera con chiarezza nei
successivi “Indirizzi di massima per le politiche economiche” (ovvero le Broad
Economic Policy Guidelines, BEPG) Nota 2.
Possiamo
ricostruire in questo modo il modello economico che sottostà a queste
raccomandazioni: in condizioni normali, finanze pubbliche in disavanzo hanno un
effetto espansivo sulla domanda aggregata e quindi anche sull’inflazione.
Poichè il controllo dell’inflazione è il compito primario della BCE, a fronte
di un orientamento troppo espansivo delle politiche fiscali dei paesi membri,
essa sceglierà di aumentare i tassi d’interesse. E questo, a sua volta,
potrebbe ridurre le prospettive di crescita dell’output e dell’occupazione.
Proviamo
allora a riformulare la terza motivazione del Patto in un modo un po’ più
trasparente. Così: “Per consentire
alla politica monetaria, orientata alla stabilità dei prezzi, di svolgere il
suo compito senza dover ricorrere a tassi d’interesse eccessivi o troppo
variabili - che penalizzerebbero il livello di attività economica, le
prospettive di crescita e la creazione di posti di lavoro - è desiderabile che
la politica fiscale degli Stati membri sia orientata a perseguire saldi di
bilancio prossimi al pareggio nella media di ciascun ciclo economico, e che le
variazioni di tali saldi nel corso del ciclo economico siano largamente
prevedibili”.
La
seconda e terza motivazione richiedono il rispetto dell’obiettivo di un
bilancio in pareggio nel medio periodo
Il vincolo
di bilancio previsto dal Patto, ossia un “saldo di bilancio a
medio termine prossimo al pareggio o positivo” per tutti gli Stati
membri, consente che si realizzino allo stesso tempo le ultime due motivazioni
appena discusse: da un lato, l’uso anticiclico delle politiche fiscali;
dall’altro, evitare che l’esercizio della politica monetaria, orientata alla
stabilità dei prezzi, comprometta le condizioni di crescita dell’economia, come
avverrebbe se contemporaneamente le politiche fiscali avessero un orientamento
eccessivamente espansivo nella media del ciclo. Ed è proprio in questo aspetto
che risiede il carattere
profondamente innovativo, rispetto ai criteri di Maastricht, del Patto.
Cosa ne
pensa la BCE?
Quest’interpretazione
del Patto è anche molto vicina alle posizioni espresse nelle analisi
congiunturali della BCE, benchè essa sia generalmente restia a proporre al
pubblico valutazioni che sembrino subordinare le decisioni di politica
monetaria ai comportamenti della finanza pubblica. Tuttavia, in alcune
situazioni questo legame viene esplicitato. Questo è particolarmente evidente
nelle fasi espansive, come veniva ad esempio giudicato il 2001. Così infatti la
BCE si esprimeva nel Bollettino di Novembre 2000: “[In questo momento] i
bilanci pubblici non sono ancora vicini, in media, a una situazione di pareggio
o di avanzo e i rapporti debito/PIL sono elevati. In questa fase, una
risposta adeguata delle politiche fiscali aiuterebbe a contrastare l’insorgere
di attese inflazionistiche che potrebbero altrimenti influenzare le
prospettive di medio termine dell’inflazione. Una risposta appropriata della
politica salariale e di quella fiscale allo shock petrolifero contribuirà in
misura significativa a rafforzare le prospettive economiche per l’intera area
dell’euro e ad agevolare la conduzione di una politica monetaria rivolta
al mantenimento della stabilità dei prezzi…” (p. 26). E ancora qualche mese
dopo: “Le politiche fiscali
espansionistiche pianificate per quest’anno [2001] in alcuni paesi non sono
coerenti con un contenimento della domanda aggregata e delle pressioni
inflazionistiche. Specie nei paesi che presentano elevati tassi di crescita
economica, le pressioni inflazionistiche riceveranno un ulteriore impulso
dalle politiche fiscali espansionistiche” (Rapporto Annuale, Maggio 2001,
p.51) .
Il senso è
chiaro: l’orientamento restrittivo, rispetto alle attese di molti osservatori,
della BCE è anche una funzione degli andamenti eccessivamente espansivi delle
politiche fiscali. Una maggiore disciplina fiscale in alcuni paesi, allora, si
tradurrebbe naturalmente in una politica monetaria più espansiva per il
complesso dell’area dell’euro.
Le
proposte di modifica: una valutazione
Il Patto di stabilità svolge – o
dovrebbe svolgere, se rispettato - un ruolo importante. Hanno torto, perciò,
l’Economist e i molti altri critici che non ne colgono le motivazioni più
complesse. Ma come realizzarlo in pratica? Ci sono sostanzialmente tre
posizioni: chi vuole modificare radicalmente il Patto, chi vuole introdurre
nuovi criteri di valutazione e di applicazione delle regole del Patto, chi lo
vuole lasciare sostanzialmente invariato. Vediamo.
1.
Alcuni sostengono che bisognerebbe abolire il margine di
flessibilità consentito dal Patto (disavanzi “normali” non superiori al 3% del
PIL), togliere enfasi alla funzione degli stabilizzatori automatici e dare più
spazio alle politiche discrezionali: secondo Charles Wiplosz, “dopo tutto le
politiche fiscali discrezionali sono l’ultimo strumento di stabilizzazione
disponibile per i singoli stati membri dell’unione monetaria”.
·
In realtà, quest’affermazione è due volte falsa: in primo
luogo, la politica fiscale discrezionale non è quasi mai anticiclica: anzi, le
componenti di spesa che hanno un maggior effetto moltiplicatore sulla domanda,
sono anche quelle meno manovrabili in funzione anticiclica.
·
In secondo luogo, gli stabilizzatori fiscali automatici
sono un efficace strumento di stabilizzazione, assai più rapido, prevedibile e
reversibile (ossia, simmetrico rispetto agli ups and downs del ciclo
economico) delle decisioni discrezionali.
·
Inoltre, Wiplosz vorrebbe che, come nella Repubblica di
Platone, in ciascun paese le decisioni discrezionali di PF fossero affidate ad
un “Comitato di esperti indipendenti”. Davvero si può pensare che
rappresentanti non eletti siano responsabili di implicazioni redistributive, e
destinate ad essere comunque attuate in tempi non brevi attraverso iter
burocratici complessi e articolati? Temo che neppure il neo-Colbertismo al
quale ha detto di volersi ispirare il ministro Tremonti sarebbe capace di tanto
a tanto.
Alcuni economisti sostengono che la
flessibilità Si tratta di consentire alla politica fiscale di variare in modo
ciclico, ossia tempestivo, prevedibile e reversibile (per evitare trend
sistematici di crescita dei disavanzi fra un ciclo all’altro). Di più, si
tratta di fare in modo che questo avvenga per tutti gli Stati membri (che fra
qualche anno saranno ancora più numerosi Nota 3). Come fare? Non credo ci siano
altre soluzioni al di là, ahimé, del ricorso a “regole stupide”: ossia,
minimizzando il ricorso alle politiche discrezionali, e lasciando invece che
operino in modo efficace gli stabilizzatori automatici del ciclo Nota 4.
In conclusione, restiamo fedeli alle
“regole stupide”: le migliori regole fiscali – in condizioni normali - sono
quelle automatiche, che proprio perchè stupide hanno effetti tempestivi,
prevedibili e reversibili: qualità che mai competono alle politiche
discrezionali – e meno che mai alle politiche che la Commissione Europea o il
Comitato Ecofin potrebbero indurre gli Stati membri ad adottare. E quindi non è
proprio il caso di assegnare alla Commissione, su questi aspetti, margini
ulteriori di discrezionalità nel coordinamento. Ma intanto c’è spazio per
migliorare il funzionamento e la formulazione degli automatismi, come
ricordavano Fabrizio Coricelli e Valerio Ercolani (Quali modifiche al Patto
di stabilità e crescita? lavoce.info,
03-09-2002). Su questo punto allora sarebbe bene orientare il dibattito.
Nota 1. Il testo in
italiano della risoluzione sul Patto di stabilità si trova su: http://www.cida.it/europa/116_Risoluzione_consiglio.htm
Nota 2. Le BEPG sono adottate a norma dell'articolo
99, paragrafo 2, del Trattato istitutivo della Comunità europea. Il loro ruolo
è poi stato rinforzato a seguito del Consiglio Europeo di Lussemburgo nel
dicembre 1997.
Nota 3. In realtà, qui si nasconde un problema abbastanza
spinoso: se lo scopo del Patto è, inter alia, di agevolare la conduzione
della politica monetaria unica (ossia fra i paesi dell’euro), a quale titolo
esso può imporre comportamenti a tal scopo vincolanti ai paesi dell’UE che non
hanno adottato l’euro?
Nota 4. La Direzione per gli
Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea ha promosso negli
ultimi anni diverse ricerche sul ruolo ed il funzionamento degli stabilizzatori
automatici nell’UE. Vedi da ultimo il lavoro di Anne Brunila, Marco Buti and
Jan in ‘t Veld, indicato in bibliografia
Per saperne di più:
·
Anne Brunila, Marco Buti e Jan in ‘t Veld, “Fiscal
policy in Europe: how effective are automatic stabilisers?”, European
Economy. Economic Paper 177,
Settembre 2002, in: http://europa.eu.int/comm/economy_finance/publications/economic_papers/economicpapers177_en.htm
· Jürgen von Hagen e Susanne Mundschenk, “The Political Economy of Policy Coordination in Europe”, Swedish Review of Economic Policy 8, 2002, 11-41
·
Luca
Lambertini e Riccardo Rovelli, “Monetary and fiscal policy coordination and
macroeconomic stabilization. A theoretical analysis”, Agosto 2002,
in: http://www2.dse.unibo.it/rovelli/RR-Papers/emustacknew.pdf
· Luca Lambertini e Riccardo Rovelli, “Optimal fiscal stabilization policy with credible central bank independence”, Settembre 2002, in: http://www2.dse.unibo.it/rovelli/RR-Papers/weights.pdf
Nota biografica
Riccardo
Rovelli (http://www2.dse.unibo.it/rovelli/rovelli.html)
è Professore di Economia dell’integrazione europea alla Facoltà di Scienze
Politiche di Forlì.