Il Modello di Lewis

Introduzione

Il modello di sviluppo a due settori, o modello di sviluppo duale—detto anche modello di Lewis in onore di sir W. Arthus Lewis che per primo lo formulò nel 1954—è un modello che spiega lo sviluppo di un’economia caratterizzata da due settori, un settore agricolo tradizionale e un settore industriale moderno, in cui la forza lavoro si trasferisce dal primo al secondo settore rendendo così possibile lo sviluppo.

Inizialmente comparso in un articolo intitolato “Lo sviluppo economico con offerta illimitata di lavoro” scritto nel 1954 da Lewis, fu pubblicato in The Manchester School nel maggio 1954.  L’articolo ed il modello successivo gettarono le basi per la disciplina dell’Economia dello sviluppo contemporanea, al punto che per alcuni questi rappresentano le vere e propria fondamenta della disciplina stessa.

Descrizione

Il modello di sviluppo a due settori di Lewis è una teoria dello sviluppo economico in cui il surplus di lavoro dal settore agricolo tradizionale si trasferisce al settore industriale moderno la cui crescita, nel tempo, assorbe il surplus di lavoro, promuove l’industrializzazione e stimola lo sviluppo sostenuto.

Nel modello, il settore agricolo tradizionale è caratterizzato tipicamente da salari bassi, da un’abbondanza del lavoro e da una scarsa produttività in un processo di produzione intensivo di lavoro. Viceversa, il settore manifatturiero moderno è caratterizzato inizialmente da salari più alti del settore agricolo, da maggiore  produttività marginale e da una domanda di più lavoratori. Inoltre, si suppone che il settore manifatturiero utilizzi un processo di produzione che è intensivo di capitale, in modo da rendere possibili (nel tempo) l’investimento e la formazione di capitale nel settore, in quanto i profitti dei capitalisti sono reinvestiti nello stock di capitale. Si suppone anche che il miglioramento della produttività marginale del lavoro nel settore agricolo non sia una priorità, dal momento che l’investimento ipotetico del paese in via di sviluppo va tutto verso lo stock di capitale fisico nel settore manifatturiero.

Dal momento che il settore agricolo ha una quantità limitata di terra da coltivare, si suppone che il prodotto marginale di un coltivatore aggiuntivo sia zero per via della legge dei rendimenti decrescenti (essendo l’input fisso esaurito e il prodotto totale già massimo). Di conseguenza, il settore agricolo ha una quantità di manodopera agricola che non sta contribuendo all’output agricolo, poiché i loro rendimenti marginali sono zero. Questo gruppo dei coltivatori che non sta producendo alcun output è chiamato surplus di lavoro, in quanto questo gruppo potrebbe essere spostato verso un altro settore senza effetto sull’output agricolo. La dicitura “surplus di lavoro” non viene qui utilizzato in un contesto marxista, si riferisce soltanto ai lavoratori improduttivi nel settore agricolo. Di conseguenza, in ragione del differenziale di salario fra i settori manifatturiero e agricolo, la manodopera tenderà a trasferirsi dal settore agricolo al settore manifatturiero col tempo per cogliere la ricompensa di più alti salari.

Se la quantità di manodopera in uscita dal settore agricolo verso settore manifatturiero eguaglia la quantità di surplus di lavoro nel settore agricolo, senza riguardo a chi realmente si trasferisce, il welfare generale e la produttività miglioreranno. Il prodotto agricolo totale rimarrà immutato, mentre il prodotto industriale totale aumenterà per via dell’aggiunta di lavoro, anche se la produttività marginale ed i salari nel settore manifatturiero cominceranno a calare. Col tempo, al continuare della transizione e dell’investimento in aumenti dello stock di capitale, la produttività marginale dei lavoratori nel manifatturiero sarà spinta su dalla formazione di capitale e sarà spinta giù dai lavoratori addizionali che entrano nel settore. Eventualmente, i tassi salariali dei settori manifatturiero e agricolo si eguaglieranno al passare di lavoratori dal settore agricolo a quello industriale, la produttività marginale e i salari in agricoltura aumenteranno, mentre scenderà la produttività e i salari nel manifatturiero.

Il risultato finale di questa transizione è che il salario agricolo è uguale al salario nel manifatturiero, il prodotto marginale del lavoro agricolo è uguale al prodotto marginale del lavoro manifatturiero e non si hanno ulteriori allargamenti del settore manifatturiero (non vi sono più incentivi monetari a lasciare il settore agricolo).

Nella realtà, le cose sono più complicate. Il surplus di lavoro in agricoltura è generato sia dall’introduzione di nuove tecniche più produttive che dall’intensificazione del lavoro. Inoltre, la migrazione di lavoratori dalla campagna alle città è un incentivo per quei due fattori, poiché il potere contrattuale relativo degli operai e dei loro capi varia e così con esso il costo del lavoro.

Il modello di Lewis—con le successive modifiche di Gustav Ranis e John Fei—è un modello di sviluppo economico e non soltanto di crescita. Il modello di Lewis ha il pregio di tenere in considerazione la situazione economica complessiva dei paesi in via di sviluppo: disoccupazione e sottoccupazione delle risorse (particolarmente di lavoro) e struttura economica dualistica (settore tradizionale contro settore moderno). Questo è un modello classico perché usa l’ipotesi classica del salario di sussistenza.

Il trasferimento del surplus di lavoro dal settore tradizionale al settore moderno avviene quando gli imprenditori del settore moderno possono continuare a pagare ai lavoratori trasferiti uno stipendio appena superiore a quello di sussistenza a causa dell’offerta illimitata di lavoro dal settore tradizionale. I profitti e quindi l’investimento nel settore moderno continueranno ad aumentare e far crescere il settore moderno. Questo processo continuerà fino a consumare il surplus di lavoro nel settore tradizionale, allorché anche i lavoratori nel settore tradizionale cominceranno ad essere remunerati in ragione del loro prodotto marginale piuttosto che un salario di sussistenza.

L’esistenza del surplus di lavoro è all’origine dell’accumulazione di capitale nel settore moderno in quanto (a) l’investimento non viene corroso dall’aumento dei salari poiché i lavoratori sono ancora pagati un salario poco più che di sussistenza e (b) il surplus agricolo medio nel settore tradizionale verrà indirizzato verso il settore moderno per favorire ancor più rifornimento di capitale (per esempio, nuove tasse imposte dal governo o risparmi dei lavoratori del settore tradizionale depositati nel sistema bancario). Nel modello di Lewis, il risparmio e l’investimento sono il motore dello sviluppo economico, alla maniera di Harrod-Domar (e di Keynes) ma nel contesto dei paesi meno sviluppati. L’importanza di cambiamento tecnologico viene non solo sottolineata per aumento della produttività nel settore moderno ma anche per promuovere una maggiore produttività nel settore tradizionale così da liberare più lavoro possibile per il trasferimento.

(solo per il corso avanzato)

Il Modello

Il modello di crescita di Solow può essere descritto dall’interazione di cinque equazioni macroeconomiche di base:

Nel modello di Lewis vi sono due fondamentali flussi di risorse: dall’agricoltura verso l’industria vi è un flusso di offerta di lavoro assieme ad un flusso di offerta di beni agricolo-alimentari; dall’industria verso l’agricoltura vi è un flusso di inputs e un flusso di beni di consumo finali.  L’economia è duale: un settore tradizionale (agricoltura) e un settore moderno (industria). Il settore tradizionale offre lavoro che il settore moderno assorbe. Questo processo è lento perché, particolarmente all’inizio, l’offerta di capitale nell’industria (il motore dello sviluppo) è limitata. Una volta che i risparmi sono mobilizzati e incanalati verso l’investimento (keynesianamente), questi possono venire accumulati (in un processo alla Harrod-Domar).

Nel settore tradizionale, vi è un’ampia offerta eccedente di manodopera che può venire trasferita ad un costo opportunità nullo in quanto il prodotto marginale del lavoro è zero. La funzione di produzione di un’azienda familiare è tale che, essendo l’ammontare di terra fisso, i rendimenti del fattore lavoro sono decrescenti. Oltre il punto A, nella figura, il prodotto marginale del lavoro è nullo, ovvero il contributo al prodotto totale è nullo. Se la quantità di lavoro utilizzata nell’azienda diminuisce da B ad A,  il prodotto totale non cambia.

Il surplus di forza lavoro occorre comunemente alla presenza di sovra-popolazione e sotto-occupazione. La domanda, piuttosto, è: come può
il lavoro avere produttività marginale nulla ed essere in ogni modo “assunto”, vale a dire occupato nell’azienda agricola? Il salario è dunque nullo?

Il settore agricolo tradizionale in realtà non solo ricorre a metodi tradizionali di produzione, ma anche di organizzazione aziendale:

-         le aziende agricole guardano ai salari come costi di produzione che vanno sottratti ai ricavi

-         le aziende agricole (familiari) calcolano il proprio ricavo (reddito) totale come somma di tutti i ricavi: il salario di ognuno dei membri è quindi dato al prodotto (ricavo) medio,  ovvero il prodotto (ricavo) totale diviso per il numero di membri (occupati)

-         nel grafico, questo è AQ diviso per A.  Il prodotto marginale è la pendenza della curva in Q.

E’ quello di surplus di forza lavoro un concetto con un reale significato? Può il lavoro “ridondante” o in eccesso davvero essere considerato un surplus che può essere trasferito dal settore agricolo senza alcuna perdita nell’output totale, cioè a costo nullo? 

Il concetto di surplus di lavoro è un concetto tecnologico: troppo input di lavoro in rapporto ad altri input. Ma è possibile che input di lavoro siano inutili e non aggiungano nulla? Vi sono due ampie definizioni di surplus di lavoro:

-         Surplus di lavoro che produce surplus di prodotti alimentari: quanti lavoratori possono essere rimossi senza diminuire il surplus di prodotto agricolo, o addirittura aumentandolo per nutrire coloro che lasciano il settore

-         Disoccupazione nascosta: fin tanto che altre attività hanno un prodotto marginale inferiore al prodotto medio dell’azienda agricola familiare non vi è alcun incentivo a lasciare il settore Þ la disoccupazione nascosta (sotto-occupazione) è la differenza tra l’input di lavoro esistente nel settore tradizionale e l’input di lavoro tale che il prodotto marginale è uguale al salario (costo marginale) Þ la quantità (DA) nella figura.

 

Nel settore tradizionale c’è disoccupazione nascosta e anche surplus di lavoro proprio. Il salario corrisponde al ricavo (prodotto) medio – una forma di divisione equa del reddito familiare. Il settore industriale, invece, è capitalistico e minimizza i costi. Il salario è uguale al costo marginale per l’impresa.

La crescita economica (la nascita e l’espandersi di imprese industriali) può avvenire grazie al trasferimento di forza lavoro dall’agricoltura all’industria e il contemporaneo trasferimento di surplus di cereali e prodotti agricoli per sostenere quella parte di forza lavoro occupata in attività non agricole.  L’accumulazione di capitale nel settore industriale è il motore della crescita: più capitale significa maggiore domanda di lavoro e la conseguente migrazione di popolazione dalle aree rurali a quelle urbane industriali. L’offerta di lavoro è, perché tutto questo funzioni, perfettamente elastica (almeno all’inizio).

Nella figura, sull’asse orizzontale viene presentata la forza lavoro totale, divisa fra agricoltura e industria: da sinistra (da 0) verso destra viene misurata la forza lavoro impiegata nell’industria, mentre da destra (da 0’) verso sinistra, viene misurata la forza lavoro impiegata in agricoltura. In maniera corrispondente, la curva discendente da sinistra (curva verde) rappresenta la produttività marginale del lavoro nell’industria (curva di domanda di lavoro nell’industria), mentre la curva discendente da destra (curva rossa) rappresenta la produttività marginale del lavoro nell’ agricoltura, che, a causa dell’eccesso di lavoro in questo settore, presenta un tratto orizzontale.

Inizialmente nell’agricoltura i lavoratori guadagnano un salario di sussistenza pari ad m, posto uguale alla parte costante della produttività marginale del lavoro(salario medio), mentre possono spuntare un salario pari ad w nel settore industriale. Poiché w>m, vi è un incentivo a migrare nell’industria.

Al salario pari a w, anche gli imprenditori trovano conveniente impiegare una quantità di lavoro pari a L1, poiché essi riescono a realizzare profitti(sotto forma di surplus del produttore) pari alla differenza fra il prodotto totale, OLB1A, e il monte salari totale, Wb1A.

Per ipotesi, gli imprenditori investono tali profitti in nuovi macchinari, impianti , per cui la curva di domanda di lavoro aumenta, a parità di salario w, cioè si sposta verso destra; anche con questa seconda curva gli imprenditori realizzano profitti e quindi il processo continua, sempre più lavoratori migrano, ma … … man mano che nell’agricoltura i lavoratori diminuiscono, la situazione di eccesso di lavoro svanisce: la produttività dei lavoratori agricoli e il loro salario non sarà più costante ma aumenta(da LT in poi la produttività aumenta e quindi m aumenta), fino a che il salario m viene a coincidere esattamente con w, nel punto F1. A partire da F1 ogni nuovo lavoratore, per migrare dall’industria richiede un salario maggiore di w, per cui il profitto nell’industria comincia a decrescere e quindi anche l’investimento e la crescita.

Il punto F1 viene chiamato turning point. Il processo di Lewis è sintetizzato sotto la figura. In questa esposizione si è fatta l’ipotesi che agricoltura e industria producevano lo stesso bene(w e m erano misurati nella stessa unità di misura e quindi confrontabili direttamente).

In una esposizione più complessa, ma qualitativamente simile, data da Ranis e Fei, si considera il caso in cui industria e agricoltura producono beni diversi, per cui si aggiunge al processo anche il la dinamica delle ragioni di scambio, a sfavore dell’industria, che accompagna il processo di crescita(si può vedere Ray).

 

Il modello di Lewis nella rappresentazione grafica di Todaro

Le principali modifiche introdotte da Ranis e Fei

Al procedere del processo di crescita, le ragioni di scambio cominciano a farsi negative per l’industria, come i prezzi dei prodotti agricoli aumentano per via del minor numero di agricoltori che deve sostenere un maggior numero di lavoratori non agricoli. L’aumento dei prezzi alimentari causerà un aumento dei salari industriali. Il tasso di crescita, guidato dall’accumulazione di capitale e dalla crescita dell’industria, è comunque limitato dalla capacità dell’economia di produrre surplus alimentare Il surplus alimentare (vedi Ray) diminuisce, appunto per via del deterioramento delle ragioni di scambio.

 

Il modello con accumulazione di capitale labour-saving:

 

Per saperne di più: approfondimenti (nei testi consigliati e nei link esterni)

*      Volpi, Franco, Lezioni di economia dello sviluppo, Franco Angeli Editore, 2003. Parte II, Cap. 4. Teorie della crescita ed economia dello sviluppo.

*      Zupi, Marco e Mauro Mellano, Economia e politica della cooperazione allo sviluppo, collana Laterza, 2007, Parte II, Cap. 2. La disoccupazione nascosta e la produttività marginale; Cap. 5. I modelli di Fei e Ranis.

*      Battaglia, Francesco – Corso di Economia dello sviluppo (2004-2005): il Modello di Lewis.

*      Usai, Stefano Corso di Economia dello sviluppo (2003-2004) – Lezione 12.

Riferimenti e bibliografia

*      Lewis, W. Arthur (1963), Teoria dello sviluppo economico, Feltrinelli, Milano.

*      Lewis, W. Arthur (1973), “Sviluppo economico con disponibilità illimitata di manodopera”, in Jossa, Bruno, Economia del sottosviluppo, Il Mulino, Bologna.

*      Todaro, Michael P., Stephen C. Smith (2003), Economic Development, Pearson Education Inc.

Prossima lezione:

Il modello di Harris e Todaro

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